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Un insieme di donne diverse rappresentano l’empowerment femminile.

16/04/2021

Empowerment femminile nel mondo della moda

9 min

Parlare di empowerment femminile nel mondo della moda richiede conoscenze storiche e una ricostruzione fedele e onesta. È proprio l’importantissimo ruolo della donna all’interno di questo mercato, infatti, a renderlo uno dei più multimilionari e di maggior successo del pianeta. 

Sebbene questo universo sia spesso considerato da fuori come frivolo, un po’ banale e puramente commerciale, oggi si è resa necessaria una presa di posizione etica e allo stesso tempo politica da parte delle principali figure del settore, la maggior parte delle quali sono donne. 

La moda è la culla della bellezza, ma perché?

 La moda è presente nelle nostre vite in varie forme, spesso passando inosservata in dettagli come i tipi di tessuto che indossiamo o lo stile di abbigliamento che ci contraddistingue, oppure attraverso l’impatto che un capo di abbigliamento genera sulle passerelle e sui red carpet o tramite una presenza costante nei canali social. 

Ma non alcun c’è alcun dubbio: la moda rappresenta nella sua essenza ciò che siamo e la nostra cultura. A proposito di ciò, che ne dici di fare un giro sul nostro account Instagram per osservare un po’ più da vicino l’universo complesso e interessante del fashion?  La sociologa Alecilda Oliveira ci ha rivelato che la centralità del tema della moda non appartiene soltanto alla nostra epoca. 

Al contrario, si tratta di un elemento fondante della costruzione identitaria della nostra civiltà, che ha avuto un’ascesa importante soprattutto a partire dal XIX secolo con il consolidamento del capitalismo e lo sviluppo dei mezzi di comunicazione. 

Suffragetta con fascia verde, bianca e rossa, simbolo del movimento femminista.
Suffragetta con fascia verde, bianca e rossa, simbolo del movimento femminista.

Ma quindi, da dove deriva l’espressione “empowerment femminile”?  

La parola “empowerment” deriva da potere e indica un processo attraverso il quale le persone all’interno di un determinato gruppo sociale consolidano le proprie capacità di fiducia, visione, leadership e libertà, promuovendo cambiamenti positivi rispetto a situazioni che si trovano costrette a vivere.

“Donne ispiratrici”, “loro sì che sono forti”, “il futuro è donna”, “insieme possiamo farlo”: sono alcuni esempi di frasi commerciali che si sentono pronunciare durante la giornata internazionale della donna. Ma tutte queste espressioni hanno in comune uno stesso concetto, che prende il nome di FEMMINISMO.  

Storicamente la moda e il femminismo sono sempre stati considerati due poli opposti. Tuttavia, se il femminismo si basa sul fatto che uomini e donne debbano avere le stesse possibilità, non c’è alcuna ragione per cui la moda dovrebbe entrare in conflitto con il tema dell’uguaglianza dei diritti o con la lotta per raggiungerla. Al contrario, la moda nel tempo ha sostenuto diverse istanze legate ai movimenti femministi, contribuendo a reinterpretarli e a rafforzare il ruolo della donna. 

Qui sotto abbiamo raccolto alcuni eventi storici che hanno contribuito a rafforzare il movimento femminista e l’empowerment femminile all’interno della società, affinché leggendoli tu possa ispirati ancora di più! 

Il primo sollievo:  

Il 1909 è l’anno in cui il designer francese Paul Poiret ha deciso di liberare le donne dal corsetto e dalla schiavitù della linea a “S” (vita sottilissima, schiena dritta e sedere sporgente),  per lasciare spazio ad una maggiore naturalezza e libertà dei corpi. Questo cambiamento è stato importante per le donne, che a partire dal Rinascimento erano forzate a mantenere il proprio corpo costretto e fisicamente “torturato”.  

Il designer francese Paul Poiret libera le donne dal corsetto all’inizio del XX secolo
Il decennio del 1910 appartiene certamente a Paul Poire. Formato nella House of Worth and Doucet, ha inventato la sua sottana che scendeva fino alle caviglie nel 1908.

La lotta si fa fuori dalla cucina: Working Girls  

Con lo scoppio della I Guerra Mondiale nel 1914 e lo spostamento degli uomini verso il fronte, per la prima volta le donne hanno iniziato a guidare le aziende. In questo modo hanno iniziato ad acquisire un ruolo sempre più attivo all’interno della società, che richiedeva al contempo una trasformazione radicale nel loro abbigliamento.  

Pizzi e capi elaborati sono stati sostituiti da pantaloni e giacca, elementi fino a quel momento tipici del guardaroba maschile. Funzionalità e comfort hanno via via prevalso su estetica e seduzione, dando origine ad esempio a capi come il cappotto da donna. 

A partire da questo cambiamento si trasforma anche la concezione precedente di femminilità, con un rifiuto delle curve per prediligere la semplicità delle linee rette. Anche le gonne si accorciano fino a metà polpaccio, alla ricerca del tanto desiderato comfort. 

Nel frattempo, un’altra trasformazione importante è quella che riguarda la diffusione del capello corto, poiché i capelli lunghi spesso si impigliavano nelle macchine e rendevano il lavoro delle donne difficile. Questo taglio di capelli sarà mantenuto per tutto il dopoguerra e diventerà un simbolo del nuovo ruolo della donna. 

A partire da questo momento, le donne assumeranno un ruolo diverso e più protagonista rispetto a quello a cui erano abituate, iniziando a prendere coscienza sulla necessità di una maggiore uguaglianza e di un maggiore riconoscimento dei “diritti delle donne”. 

Per questo nel 1911 il termine suffragette, che era usato per identificare coloro che lottavano per l’estensione del diritto di voto alle donne, inizierà ad entrare in conflitto con il concetto di donna femminile/fragile.  

Nel tempo la moda ha aiutato questo movimento a diventare sempre più popolare, associando i loro colori alla loro lotta.Tutte le donne che appoggiavano questa ricerca di uguaglianza, infatti, si vestivano di verde, rosso e bianco. 

La forza “sottile” delle Flapper  

Già verso le fine della I Guerra Mondiale sono apparsi nella società nuove figure di valenza socioculturale: le flapper. Note anche come garçonnes in francese, queste donne erano moderne, indipendenti e provocatorie, nate in un contesto in cui la presenza femminile nella politica, nell’economia e nel mercato del lavoro era già più diffusa. 

Come si è tradotto tutto questo nella moda? Compito della moda era facilitare il senso di libertà recentemente scoperto ma devastato dal dopoguerra, trasferendo nei capi femminili una sensazione di “leggerezza”, empowerment e protagonismo. 

I look di questa epoca (anni ‘20 e ‘30) tentavano di creare una figura “unisex” in grado di sfumare le differenze tra donna e uomo, con capi morbidi che non evidenziassero il seno o i fianchi. 

Queste giovani donne personalizzavano i loro abiti con elementi maschili come bastoni, cappelli, monocoli o lunghi portasigarette per fumare in pubblico: qualcosa di totalmente nuovo per l’epoca e considerato come audace dalla parte più conservatrice della società. Tagliarono i capelli e plasmarono lo stile Chanel così come è conosciuto fino ad oggi.  

Le Flapper sono nate a partire dal genio di stilisti come Paul Poiret, Jeanne Lanvin e Chanel, i tre principali nomi del XX secolo.
Gli anni ‘20 sono stati fortemente segnati dal Jazz e dalle Flapper – donne all’avanguardia con un aspetto in forte conflitto rispetto all’immagine femminile dominante dell’epoca (in precedenza utilizzato solo da attrici e prostitute).

Le gambe diventano “ali”  

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale sono arrivate anche le tessere annonarie, che hanno influenzato fortemente anche la moda. La lana infatti era necessaria per l’esercito, così i vestiti delle donne hanno iniziato ad essere realizzati in tessuti tecnologici come il rayon o il nylon, inventati a metà di questo decennio. Le calze di nylon hanno permesso alle donne di liberarsi delle scomode giarrettiere.

Se il triangolo è delle Bermuda, la rivoluzione è del biquini 

 Seguendo il passo della storia, l’ingegnere meccanico francese Louis Réard è stato l’autore della creazione del primo bikini moderno. Disegnato osservando come le donne sulla spiaggia fossero solite alzare i costumi da bagno per ottenere un’abbronzatura migliore e più accentuata, è stato il primo capo a scoprire l’ombelico e a mostrare il corpo di una donna: ma non fu ben accolto! 

Purtroppo la Chiesa lo condannò e molti paesi posero il veto, tra cui la Spagna.  

La controversia continuò per molto tempo. Nel 1951 Miss Mondo fu incoronata in bikini, ma la reazione fu tale che il concorso vietò l’uso dei bikini. Gli scandali continuarono con Briggite Bardot a Cannes nel 1953 che indossava un bikini, portandolo ad essere adottato come abito della resistenza.   

Proprio per questa ragione i movimenti di emancipazione femminile della fine degli anni ’60 l’hanno utilizzato come simbolo dell’emancipazione delle donne e della libertà dei loro corpi.  

Bruciare il patriarcato sì, ma non i nostri reggiseni! 

Le manifestanti si uniscono contro il concetto sessista di bellezza femminile. 1968, una delle maggiori manifestazioni femministe del XX secolo. 
La protesta del 1968 nota come “Bra-burnig”, contro il concorso di bellezza Miss America in New Jersey, ha dato origine all’immagine iconica – e mitica – delle “femministe che bruciano i reggiseni”.

Il 7 settembre 1968 ad Atlantic City, negli Stati Uniti, si è svolta una manifestazione per l’emancipazione femminile nel mondo della moda, a favore della liberazione delle donne e contro il concorso di Miss America in quanto sessista.   

In questo contesto è stato posizionato un “barattolo della libertà” in cui i partecipanti erano invitati a gettare i cosiddetti “strumenti di tortura” come tacchi e reggiseni.  

Tuttavia il giorno seguente il Washington Post, uno dei più grandi giornali degli Stati Uniti, ha ripostato la notizia che le femministe avevano bruciato i loro reggiseni. Questo mito mediatico, che non è mai accaduto, ha fatto il giro del mondo e ha trasformato il gesto in un simbolo di liberazione e di forza dell’emancipazione femminile.

In realtà nessun reggiseno era stato bruciato, ma l’incendio fittizio di questo indumento ha dato al femminismo più visibilità di quanta ne avesse mai avuta prima. Un’altra vittoria attraverso la lotta delle donne e della moda. Fuoco al patriarcato!  

1980: Power Dress: L’empowerment femminile conquista il mercato del lavoro  

Negli anni ‘80 era ormai comune la presenza delle donne all’università e nel mondo del lavoro, tanto da coniare il termine “business women”. Si trattava di donne istruite che occupavano posizioni lavorative un tempo ricoperte esclusivamente da uomini e tramandati da padre in figlio.

Ma come erano riuscite a rompere questo muro maschilista e paternalista? Grazie alla loro attitudine, all’intelligenza, alle competenze, accompagnate dallo stile dell’epoca che prendeva il nome di power dress. Il Power Dress è una riproposizione dei capi di abbigliamento da lavoro maschili, ritenuti all’epoca sinonimo di successo e fiducia. 

Le donne indossano abiti su misura e camicie abbottonate per trasmettere un’immagine di successo e fiducia. È stato il grande momento di Armani, ad esempio, con giacche semplici riadattate al corpo delle donne e passate nella storia con il nome di power suit.  

Lo stile cosiddetto power dress rappresentato nel film Working Girls.
Harrison Ford, Melanie Griffith e Sigourney Weaver in Working Girl.
Credits: 20th Century Fox,

1983: La democratizzazione dei tessuti sintetici  

La liberazione sessuale e l’accesso sempre più diffuso al mondo del lavoro danno alle donne molta più autonomia e autostima.   

Con la diffusione dell’empowerment femminile in ogni sfera della vita, le donne sono più consapevoli del proprio corpo e della propria forza: lo sport diventa una parte essenziale della loro quotidianità. Diventano quindi necessari tessuti più confortevoli, che non si rovinano dopo diversi lavaggi e possono essere indossati più e più volte per andare in palestra e fare sport.  

Alcuni tessuti sintetici come lycra o nylon si erano già diffusi verso la fine della II Guerra Mondiale, ma non erano ancora diventate popolari. Con il passare del tempo, lo sviluppo tecnologico rese possibile la creazione di nuovi tessuti sintetici come lo spandex o il poliestere, che riuscivano ad adattarsi meglio al corpo femminile. 

La loro vestibilità sul corpo femminile era tale che presto questo tessuto perse l’esclusiva nel campo dello sport per diffondersi anche nella vita di tutti i giorni, in cui le donne evidenziavano le loro curve con orgoglio e fiducia.

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Bikini Kill con la cantante e compositrice Kathleen Hanna, la bassista Kathi Wilcox e la batterista Tobi Vail. La band è considerata pioniera del movimento riot grrrl negli anni 90.

1990: Il movimento Riot Grrrl e la sua estetica rivoluzionaria 

Movimento punk femminista nato negli Stati Uniti. Hanno affrontato argomenti tabù come lo stupro, l’oppressione del patriarcato o l’empowerment femminile attraverso il “bisogno di confrontarsi”.   

La comunicazione e l’inclusione sono fondamentali per uscire dal silenzio. È necessario creare degli spazi in grado di aiutare le donne ad aprire gli occhi e a riconoscersi minacciate da una società sessista e patriarcale. Questo gruppo ha cercato di trasmettere un messaggio di apertura alla diversità anche nel concepire la bellezza femminile. 

Per questo nella moda il punk hardcore si associa ad un guardaroba estremo e provocatorio, che abdica all’immagine tradizionale di una donna attraente e ben curata e rompe tutte le norme sociali normalmente associate al genere femminile. Taglio di capelli irregolare, rossetti forti e marcati, tessuti con colori brillanti come rosso e nero. 

2006: Appropriazione e risignificazione dei tessuti trasparenti:  

I capi trasparenti esistevano dal XVIII secolo ma solo negli ultimi 15 anni sono diventati popolari e sempre più ambiti. Pizzo, tulle e materiali plastici hanno iniziato ad esporre completamente il corpo femminile e a metterlo in mostra in modo orgoglioso e naturale.  

L’autonomia, l’indipendenza e la centralità rivendicata dalle donne vive il suo momento apicale fino al giorno d’oggi. È questo il momento di massimo splendore della liberazione del corpo della donna: i tessuti non sono più utilizzati per nasconderlo o coprirlo, ma per mostrarlo così com’è, senza timore di pregiudizi. 

2016: moda unisex e fusione dei generi 

I confini tra donna e uomo sono completamente sfumati. In questo momento della moda il bianco e il nero non esistono più, così come non esiste più soltanto una definizione binaria di genere.

Anche lo stesso Facebook permette di personalizzare il proprio genere! In questo contesto di rifiuto della eteronormatività si affermano i capi unisex, che possono vestire chiunque indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna, dando a ciascuno la possibilità di autodefinirsi e riconoscersi in ciò che preferisce! 

I capi neutri liberano completamente la donna dai ruoli ad essa associati. Non ci sono più differenze, almeno per quanto riguarda la moda, e questo deve essere celebrato e rispettato! 

La moda è stata uno strumento essenziale nella lotta delle donne per rivendicare uguaglianza e rispetto nel corso del tempo. E continuerà ad esserlo, almeno fino a quando questa frase di Dior non diventerà realtà per tutti e tutte: “Sisterhood is Powerful, Sisterhood is Global “e “Sisterhood is Forever” (traduzione in italiano: “La sorellanza è potente, la sorellanza è globale” e “La sorellanza è per sempre”).   

Perché sì, dobbiamo davvero essere tutti e tutte femministe!  

10 tendenze della stagione autunnale di Vogue 2021 che prevedono il futuro della moda per tutte le donne del mondo.
Spoiler: 10 tendenze della stagione autunnale di Vogue 2021 che prevedono il futuro della moda per tutte le donne del mondo.
Credits: vogue.com / By Steff Yotka

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